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Come vivere in pace e in armonia con un copywriter

Poche e semplici regole da seguire in agenzia, più un bonus

Il copywriter è una brutta bestia, me lo dico da sola.

Solitamente introverso ai limiti della misantropia — o estroverso in pieno spirito Milano-da-bere, ma son rari — il copywriter vive nella convinzione di essere un genio incompreso e condivide questa certezza con l’art director, con il quale mette in piedi una relazione fatta alternativamente di litigate e pacche sulle spalle accompagnate da frasi tipo “Sei meglio tu” “No, ma che dici, tu sei più creativo”.

Le altre figure d’agenzia si tengono opportunamente alla larga da questa coppia, e fanno bene. Ti consiglio di fare altrettanto, ma lascio qui sotto qualche consiglio per tenerti buono “il copy” per quella volta che ti servirà il payoff per una bevanda energizzante o un biglietto per la tua migliore amica che si sposa.

Regola 1 — Un testo al volo

Ci sono poche cose che fanno saltare i nervi al copy più della frase “Fammi un testo al volo”.

Un testo non si fa al volo: per il copywriter le parole vanno scelte, accarezzate, messe una accanto all’altra per vedere se stanno bene assieme. Sì, anche quando bisogna rispondere a un commento su Facebook o quando bisogna scrivere il microcopy di un pop up. Testo corto non significa testo facile.

Prova con la formula “Mi servirebbe un testo breve ed efficace, puoi aiutarmi?”. Il copy verrà toccato nel suo punto più debole, la vanità, e non potrà dirti di no (se sei il capo non può dirti di no in ogni caso, ma comunque).

Regola 2 — Via dai luoghi comuni

Questa regola non è utile solo ad evitare conflitti con il copy, ma serve ad analizzare con occhio critico i testi di un cliente o di un competitor.

La regola dice: un luogo comune è un luogo abusato e va evitato.

Questo significa che no, non possiamo scrivere che il cliente X è leader del settore (quale settore? Quale leader? Possibile che le aziende dello stesso settore siano tutte leader?) e nemmeno che i servizi che il cliente Y fornisce sono a 360° (cos’è, un goniometro?).

Non lo possiamo scrivere e nemmeno lo vogliamo scrivere perché i luoghi comuni sono deprimenti, vuoti e non raccontano davvero ciò che il cliente fa e ciò in cui crede.

Non solo: se proponiamo al cliente la classica About page di leader del settore a 360°, il tempo di permanenza sulla pagina degli utenti sarà bassissimo e non saremo riusciti a farci notare dal lettore.

Qui c’è un elenco di espressioni che un copywriter nel 2020 non può più usare. Se lo fa, spezzagli le matite (le dita non si può).

  • L’evento si è tenuto nella splendida cornice — A parte che “si è tenuto” si usava nei giornali locali degli anni Novanta (lo so perché ci ho lavorato e già allora pareva abusato), ma concentriamoci sulla splendida cornice. Se il testo è scritto per esaltare la location, lo fa male perché la relega al semplice ruolo di cornice; se il testo è scritto invece per parlare dell’evento, non serve usare espressioni vuote e ritrite per allungarlo. Tagliare.
  • Fin dalla più tenera età— Indica l’età precisa, non stare sul vago.
  • Esperienza ventennale/trentennale/pluriennale — Da quanti anni fai questo lavoro non mi è di nessun aiuto anche perché potresti lavorare male “da tre generazioni”, altra espressione da evitare.
  • Il nostro team è professionale e competente — Ma dai? Pensavo assumessi gente a caso.
  • Seguiamo il cliente in ogni fase del progetto — E ci mancherebbe pure.
  • Le nostre tecnologie sono di ultima generazione — Se lo sono davvero, spiegati meglio. Se non lo sono, lascia perdere ed evita una brutta figura.
  • Siamo un’azienda giovane e dinamica — Certo, è proprio così che parlano i giovani, infatti.
  • Connubio tra tradizione e innovazione — IL MALE ASSOLUTO.

Regola 3 — La. Punteggiatura.

Che i refusi o gli errori ortografici facciano andare in bestia i copywriter, si sa. Una certa indulgenza serve sempre, però: un rfuso capita a tutti 🙂

Se c’è una cosa che invece un copy non riesce a perdonare è l’abuso di punteggiatura.

I puntini di sospensione sono sempre e solo tre, possono essere usati al massimo una volta in un testo mediamente lungo quindi non spargerli come manciate di semi ai piccioni di piazza San Marco. I punti esclamativi e interrogativi vanno usati uno alla volta e mai assieme (unica eccezione possibile ammessa: “Ma veramente sono finiti i Twix nelle macchinette?!” perché il dolore é dolore e va enfatizzato).

Mai terminare le frasi con due o tre punti esclamativi di seguito, innanzitutto perché l’entusiasmo è fastidioso e poi perché non si fa, è scorretto e basta. Mi spingo oltre: meglio usare poco anche i punti esclamativi singoli, fanno effetto televendita di basso livello.

Ah, ti presento anche il punto e virgola ; può essere usato, non morde.

Bonus

Infine, per tutti. Se dovete parlare con noi, non fateci una call: fateci una telefonata 🙂

Primeggiare nella Serp di Google: contenuti di qualità o campagne a pagamento?

Se digiti una query nella barra di ricerca di Google ci sono buone probabilità che i risultati siano dominati dalla pubblicità.

I successivi aggiornamenti degli algoritmi di ricerca hanno dato sempre più spazio all’advertsing e ai risultati a pagamento, tanto che di fatto non esiste più il famoso ‘primo posto’ nella SERP di Google. Quasi nel 100% dei casi, quel posto sarà occupato da qualcuno che ha pagato Big G per comparire là in cima.

Ha quindi ancora senso parlare di posizionamento organico? Ha ancora senso investire nella produzione di contenuti per rafforzare l’autorevolezza organica e SEO del proprio sito?

In principio fu una bussola

Google nacque con l’intento di rendere la vita più facile ai primi “internauti” della rete. Era una rete disordinata, che vedeva la nascente presenza di siti e servizi che lasciavano gli utenti spiazzati: di fatto c’erano tantissime informazioni, ma non si sapeva come trovarle e quali scegliere.

Google voleva essere una bussola in quel grande mare di contenuti. Iniziò come motore di ricerca puro e semplice, in cui bastava inserire una parola per vedere restituiti dei risultati, visualizzati come mero elenco spesso non in linea con l’intento di ricerca dell’utente.

La SEO degli albori si sviluppò in questo contesto. Con un motore di ricerca che restituiva risultati di qualità ancora piuttosto bassa, i Webmaster che volevano procurarsi visite si ingegnavano creando pagine fantasma, pagine piene delle stesse parole chiave o che magari non avevano nemmeno attinenza col contenuto della pagina. Tutto questo solo per generare traffico.

I primi risultati di qualità

Dopo qualche anno Google cercò di migliorare la qualità dei risultati delle sue ricerche, stimolato probabilmente anche dalla competizione con quello che allora era un effettivo concorrente, cioè Yahoo. L’obiettivo era una maggiore soddisfazione del servizio da parte degli’utenti, che doveva portare a preferire Google agli altri.

Fu allora che a Mountain View decisero di aprire uno zoo: Pinguini, Panda, Colibrì. Sono i nomi di alcuni dei leggendari algoritmi, quelli che hanno perfezionato negli anni sempre di più il cuore di Google e che hanno aiutato a restituire risultati più coerenti con le aspettative dell’utente.

È probabile che fu proprio in quel momento che venne pensata la mission aziendale, quella ufficiale ancora oggi online:

La nostra missione è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili.

Il paradigma di Google così diventò: contenuti di qualità e autorevolezza della fonte. A questo punto l’attività di chi aveva un proprio sito internet cambiò, focalizzandosi sulla produzione di contenuti di qualità, cioè utili, e sui cosiddetti backlink, cioè collegamenti in entrata da siti esterni che, se autorevoli, concedevano indirettamente parte di questa autorevolezza e miglioravano il posizionamento (cosa che vale ancora oggi).

Smartphone, ricerche vocali e tecnologie esponenziali

Cambiano ancora i tempi, siamo ormai vicini ai giorni nostri in cui, simultaneamente, sono avvenute due rivoluzioni. I dispositivi mobili si sono evoluti a tal punto che non si usano più solo per chiamare, ma anche per fare operazioni complesse per le quali prima serviva un computer.

Contemporaneamente sono nate le ricerche vocali, le persone hanno iniziato a usare il microfono del proprio dispositivo per interrogare Google come se fosse un interlocutore reale.

E poi, ultime ma non meno importanti, sono arrivate le tecnologie esponenziali, come l’intelligenza artificiale e il machine learning, applicate anche alle ricerche online.

Google, da motore di ricerca, è diventato un motore di risposte. Ora più che mai, i contenuti non devono solo essere di qualità, ma anche fruibili in modo facile e veloce da mobile. Per questi dispositivi, Google ha addirittura previsto un framework HTML (AMP) per ottimizzare la navigazione Web mobile, con lo scopo di velocizzare il caricamento delle pagine Web.

E la corsa continua

Ogni giorno un esperto di posizionamento SEO si sveglia e sa che dovrà rincorrere i continui aggiornamenti degli algoritmi di Google per non perdere posizioni nelle ricerche e traffico al sito.

L’ultima novità dalla California prevede una sempre maggiore attenzione all’esperienza di pagina dei siti, misurata secondo alcuni parametri, a discapito della classica SEO.

Sembra una corsa su un percorso dove cambiano le pendenze, ma dove ci sono sempre e solo salite.

Tuttavia, ci sono gli strumenti per riuscire a dominare Google, questo fantastico strumento che sembra quasi perfetto. In parte, li fornisce Google stesso, e sono sia gratuiti (vari strumenti tecnici per la ricerca di query di ricerca, ma anche interi corsi di web marketing) sia a pagamento (le tante opportunità pubblicitarie).

Ricorda però che Google non fa beneficenza e che, essendo uno dei più grandi player pubblicitari al mondo, non fa il tuo interesse, ma il suo. Un esempio? Quando valuti delle parole chiave su cui investire attraverso gli strumenti di Google, tieni conto del fatto che stai facendo una scelta sulla base di quello che ti dice l’oste riguardo al vino che vende, di chi cioè ti sta vendendo la pubblicità. Gli strumenti Google non sono indipendenti.

Google oggi è quasi monopolista nel mercato del Search Engine Advertising, ai concorrenti restano le ‘briciole’, soprattutto in Europa. Ma usare anche strumenti terzi per il SEO è una pratica assolutamente consigliata.

Posizionarsi coi contenuti? Difficile, ma…

La presenza di pubblicità nella SERP di Google è cambiata negli anni. Prima gli annunci pubblicitari erano 3 in cima alla pagina dei risultati e fino a 5 nella parte destra della SERP; ora gli annunci sono diventati 4nella parte alta della pagina, prima dei risultati di ricerca organici (non a pagamento ma posizionati per l’efficienza dei contenuti e della struttura tecnica del sito), e quattro nella parte bassa dopo il decimo risultato organico.

La tentazione potrebbe essere quella di puntare sulla pubblicità a pagamento, trascurando la produzione di contenuti. I risultati arrivano prima, lo sforzo è inferiore e si paga solo se effettivamente arrivano visite. È la strada più semplice, ma i vantaggi di produrre contenuti in modo continuativo sono consistenti e durano più a lungo nel tempo.

Google, anche nella parte di annunci a pagamento, premia i contenuti di qualità che l’utente trova dopo aver fatto clic:

  • con una migliore posizionamento degli annunci a pagamento rispetto ai concorrenti
  • con costi per clic inferiori (le visite quindi costano meno)…
  • … e, di conseguenza, portando più traffico qualificato.

I contenuti puntano proprio a qualificare i lead procurati al tuo sito in ottica conversione, cioè vendita. Il percorso di acquisto è fatto di passi successivi, a ognuno di questi passi corrisponde un intento di ricerca a cui bisogna saper rispondere con contenuti adeguati e utili a far preferire la tua azienda a un concorrente.

Pagare può non essere abbastanza

Come proprietario di un sito web devi essere sempre in grado di cavalcare i cambiamenti di Google, uscire da una logica basata solo sulla pubblicità e sulle keyword e creare sempre contenuti di qualità, perché aiutano il posizionamento, e le conversioni, anche quando non sono in corso delle campagne a pagamento.

La formula vincente è un giusto mix tra attività SEO (posizionamento organico), SEA (posizionamento a pagamento) e SEO on-site e on-page.

Se non sei in grado di stare al passo con i cambiamenti di Google e padroneggiare l’argomento, è meglio che ti affidi a un esperto SEO o a un’agenzia specializzata.

Digital marketing: lavorare con un’agenzia non è per tutti

Hai preso coscienza che non ce la fai da solo, il digital marketing è troppo complesso e la tua azienda ha bisogno di una mano. È giunto il momento di ingaggiare un’agenzia. Sì, ma quale?

Sito web, blog, social media, newsletter, seo, web marketing, ecc. Potresti formare qualcuno internamente, ma di quante competenze avresti bisogno per avere un team interno all’azienda che si occupi di tutte queste cose in modo efficiente ed efficace?

Hai deciso così di cercare un’agenzia che si occupi, se non ti tutto, almeno di alcune di questi aspetti del tuo marketing online. Ma là fuori è pieno di guru, influencer e creator e tu non sai chi e come scegliere.

Cosa ti serve?

Può sembrare una domanda banale, ma ti aiuta a fare ordine e a presentarti nella giungla dei guru, influencer e creator con l’idee più chiare.

Vuoi aumentare il traffico del tuo sito? Ti serve un esperto SEO. Vuoi aumentare le conversioni sul sito eCommerce? Allora devi cercare uno specialista in UX per negozi online. Ti serve un sito nuovo o un sito ancora non ce l’hai? Hai bisogno di progetto di web design e quindi anche di grafica e project management, oltre di un programmatore.

Cosa vuoi?

Quale dev’essere il risultato finale del lavoro dell’agenzia? Vuoi avere un blog aziendale totalmente gestito da altri senza che pesi così sul tsuo lavoro di tutti i giorni? Vuoi una serie di video da usare per la tua comunicazione aziendale?

Le risposte a queste domande servono a razionalizzare e semplicare la richiesta di consulenza che stai cercando e fare già una selezione. Così è tutto chiaro fin dall’inizio: bisogno, obiettivo e materiale da consegnare, sia esso un piano editoriale organizzato e strutturato o una serie di file video.

Sapere quello che ti serve e quello che vuoi, come spiega Neil Patel, ti aiuta a trovare più facilmente quello che cerchi.

La ricerca ha inizio

Cosa devi guardare quando sei alla ricerca di un’agenzia di digital marketing? Ammettilo, la prima impressione ha il suo peso. Un bel sito web, accattivante graficamente, semplice da navigare e con tutte le informazioni organizzate a dovere, fa sempre il suo bell’effetto.

È proprio così che vorresti che fosse il tuo sito aziendale!

Vai poi a controllare il porfolio dell’agenzia, cioè con quali clienti lavorano e hanno lavorato, in che settori hanno operato di più e se c’è qualche ambito curioso o particolare in un cui hanno prodotto lavori interessanti e creativi.

Certo, se stai cercando qualcuno che lavori su contenuti o grafica, a volte non sarà facile trovare materiale d’interesse specifico nel porfolio, ma è pur sempre una sezione significativa.

Anche come vengono raccontati i case history può avere il suo perché, non sottovalutare questo aspetto.

Linkedin ti dà una mano

Lavorare con un’agenzia vuol dire spesso avere a che fare, dall’altra parte, con un team. Puoi usare Linkedin per andare a vedere chi sono le persone che ci lavorano, quali competenze hanno, quali sono le loro esperienze precedenti e perché no, anche qualche aspetto personale, come le foto di profilo, giusto per capire se nasce subito dell’empatia.

Cosa dicono gli altri

Ci sono delle testimonianze di altri clienti? Verifica la reputazione dell’azienda, cerca informazioni e opinioni di altri anche su fonti esterne al sito aziendale. È un modo per non affidarsi solo a quello che l’agenzia dice di sé e per verificare la bontà del lavoro svolto attraverso la voce di persone indipendenti.

Fatti un giro

Non ti limitare al sito web aziendale quando stai valutando un’agenzia. Da lì puoi sicuramente capire lo stile e come comunica, se per esempio fa promesse molto aggressive e commerciali o se invece fa parlare i propri lavori.

Fatti un giro sui canali social per avere un’idea anche dei valori che l’agenzia ci tiene a comunicare e se magari sono vicini ai tuoi e a quelli della tua azienda.

Anche la facilità e la velocità con cui si riesce a comunicare con l’agenzia ti può aiutare a capire quale sia l’attenzione verso gli altri, quindi anche verso il cliente.

Full service o specialista?

Bella domanda, la risposta è ‘dipende’. Se la tua necessità è specifica e unica, per esempio se ti serve produrre un video promozionale, allora forse è meglio che ti cerchi qualcuno forte in quello. Se invece ci sono molti ambiti del digital marketing sui cui hai bisogno di supporto, allora è meglio affidarsi a un’agenzia full service.

Tieni presente che, comunque, anche le agenzie full service hanno sempre delle specializzazioni, qualcosa in cui si sentono più brave e preparate. Guardare il portfolio ti protrebbe essere utile a capire in cose eccelle l’agenzia.

Come si lavora con un’agenzia

Hai fatto la tua scelta? Bene, sappi che il difficile comincia adesso.

Lavorare con un’agenzia non è come lavorare con un semplice fornitore. Se hai preso questa decisione e intrapreso un percorso di selezione, è perché stavi cercando degli esperti.

Esatto, gli esperti sono loro, quelli dell’agenzia, quindi preparati ad avere a che fare con qualcuno che ne sa più di te quando si parla di digital marketing.

L’alternativa sarebbe stata formarsi o formare qualcuno in azienda, studiare, fare esperienza, provare e sbagliare, tante volte. Le agenzie sono fatte di persone che questo cammino lo hanno già fatto, più e più volte, in settori diversi e lavorando con aziende, e persone, diverse tra loro. Un piccolo, grande partimonio di competenze ed esperienze professionali.

Sei pronto a lasciarti guidare e non avere il controllo assoluto?

Se la risposta è no, farai molta fatica a lavorare con un’agenzia.

Affidarsi non vuol dire lasciare tutto nelle mani di altri in modo cieco. Fai domande, osserva, impara se possibile dagli esperti a cui ti sei affidato. È un modo per conoscere cose nuove e imparare.

Il fattore umano, soprattutto

Chiarita questa cosa del controllo, il rapporto tra te, la tua azienda e l’agenzia si deve basare su organizzazione, collaborazione e relazione.

Da parte tua, condividi aspettative, obiettivi e risultati desirati con il team di persone che sarà da riferimento interno nel lavoro con l’agenzia. Tutto dev’essere chiaro a tutti.

Stabilisci un metodo da seguire per lo sviluppo del progetto e per l’interazione con l’agenzia.

E ricorda che nessuno conosce la tua azienda meglio di te, perciò cerca di spiegare, fornire materiale, input e idee. I migliori progetti sono quelli in cui c’è più collaborazione.

Sei pronto a lavorare con un’agenzia di digital marketing? Se vuoi, te ne posso consigliare una.

Le 11 regole del garage che sono ancora così attuali

Parlando di disruption da circa un paio d’anni (o meglio, ascoltandola dai relatori che ho coinvolto) non potevo lasciar cadere la richiesta di un collega: “aspetto un tuo articolo per il blog dell’agenzia”.

La richiesta lui direbbe che sia ormai abbondantemente caduta visto che risale a qualche settimana… ehm… mese fa.

Però è anche vero che da terra si può sempre raccogliere qualsiasi cosa e che per scrivere serve ispirazione. Serve a quelli bravi, immagina a uno come me, che solitamente non scrive articoli. Stavo per scrivere “che non scrive di mestiere”, ma non sarebbe stato corretto considerando i tempi che corrono proprio per quello di cui sto per parlare, lo scoprirai dopo.

Magnus Carlsen, scacchista norvegese, una volta disse che: “non puoi limitarti ad applicare quello che leggi sui libri, da gestire ci sono sempre e soltanto eccezioni”.

Perché parlare di disruption?

Non è corretto dire che stiamo vivendo un cambiamento.

Siamo sommersi da ricerche che ci dicono che le soft skills come problem solving, pensiero critico, creatività, empatia, coordinamento sono diventate fondamentali per il mercato del lavoro (non importanti eh, fondamentali), che nel 2030 ben due terzi dei posti di lavoro sarà soft-skills-intensive (le più importanti, comunicazione e teamwork), che molti degli studenti di oggi faranno un lavoro che oggi non esiste.

Se è vero tutto questo, non possiamo dire di vivere un cambiamento. È più corretto dire che il cambiamento è diventato il nuovo modello di vita.

La disruption non è un qualcosa che accade e che precede un nuovo status-quo, è diventata lo status-quo.

Allora perché è così difficile per l’essere umano cambiare?

Di base, siamo esseri abitudinari. Non è colpa nostra, siamo nati così.

È la nostra natura. La natura però ci insegna che non è mai sopravvissuto chi è più forte, ma chi è stato più reattivo ai cambiameti.

Se dovessi decidere quale skill tra tutte, tenere in cima a un’ipotetica torre, non avrei nessun dubbio: la capacità di essere disposti a mettere tutto, continuamente, in discussione.

La disruption ha una forza prorompente sia nella veste di un grande cambiamento culturale che può muovere la passione di milioni di persone, sia nella drammaticità di una pandemia che nella sua agghiacciante trasversalità obbliga tutti a riconsiderare le priorità della propria vita.

Come si devono comportare le aziende?

Strategia. Sperimentazione. Esecuzione. Ripartire da capo.

Quando tutto cambia, non esistono manuali da consultare o istruzioni per l’uso.

Nuovi modelli di leadership, un lavoro fluido sempre più in interazione con mondi nuovi come la robotica o l’intelligenza artificiale, nuove economie e diverse percezioni dei luoghi di lavoro. Come possiamo affrontare tutto questo?

Si parte sempre dalla strategia, senza un “punto B” da raggiungere non si ha una meta, senza una meta si gira a vuoto. E visto che non siamo su una spiaggia, “girare a vuoto” non genera valore. Andare a braccio non è sperimentare, per quello serve una strategia, altrimenti non si genera valore.

Per sperimentare, serve strategia. La sperimentazione senza strategia ha un nome: improvvisazione.

Un’impresa che non genera valore, non è definibile tale ed è destinata a scomparire.

Non ti darò ricette per il successo perché non ne ho, non ne conosco. Quello che farò, è darti un consiglio: da dove partire.

Partirei da un foglio A4, all’interno del quale andare a scrivere le 11 REGOLE DEL GARAGE (+ 3 consigli) che è possibile che tu abbia già letto da qualche parte. Attacca questo foglio sulla porta di ingresso della tua azienda, in una sala riunioni, sulla scrivania, ma leggilo tutti i giorni. Perché sono state scritte nel 1941, ma sono incredibilmente attuali.

Il garage a cui fanno riferimento non è il mio, ma è quello nel quale è nata la Hewlett-Packard, motivo per il quale a questo garage si fa riferimento come il luogo da cui è nata la Silicon Valley californiana (nel mio ci ritiro l’auto).

I 3 consigli sono miei, quindi non li troverai da nessun’altra parte, dovrai arrivare alla fine dell’articolo.

1. Believe you can change the world.

Tu puoi cambiare il mondo. E se tu puoi cambiare il mondo anche le aziende, che vivono e prosperano grazie agli esseri umani dei quali sono composte, possono cambiare il mondo.

Elon Musk proverebbe a convincerti così per lavorare da lui:

Helping humanity fight global warming and pollution with electric cars and solar panels, and colonize space”.

Wow.

Le aziende del futuro non parlano (solo) con i numeri, parlano del loro scopo. E fanno bene chiacchierando con la Generazione Z, alla ricerca di mentori prima che di manager.

2. Work quickly, keep the tools unlocked, work whenever.

Tre parole: stare sul pezzo.

Non viviamo nell’era della velocità, il futurismo è passato, siamo nell’era dell’accelerazione.

Imparate continuatamente, lasciatevi contagiare da tutto quello che vi circonda, pronti a usare le competenze acquisite al momento giusto.

3. Know when to work alone and when to work together.

Sono convinto che chi sa lavorare in armonia con le altre persone, sappia lavorare bene anche individualmente. Se non sai lavorare in team, quasi sicuramente non servi o non servirai (punto successivo).

4. Share tools, ideas. Trust your colleagues.

I grandi risultati si raggiungono solo insieme, perché l’unione può generare sinergia (1+1+1+1 = 6), l’individualismo (1 = 1) non può, per definizione.

L’individuo esce sempre sconfitto dal confronto con un team di persone che cooperano.

Le aziende possono generare valore solo dalla collaborazione degli individui che la compongono. Un grande individualista, un talento anarchico può generare risultati che saranno all’interno di un range compreso tra “risultati effimeri di breve periodo” e “danni gravi all’organizzazione”.

Ogni team, infatti, va alla velocità del più lento. Non alla velocità media, o del leader, ma del più lento.

Qui entra in gioco una duplice responsabilità: da parte del management di formare le persone, farle crescere, definire obiettivi e misurare le performance raggiunte. Da parte di chi entra in un’azienda assumersi responsabilità, aiutare un collega, remare insieme per ottenere risultati non saranno più temi da bonus di fine mese, ma il minimo garantito per permettere alla propria organizzazione di competere in un mercato del lavoro sempre più complesso.

Ditemi che cosa fare e io lo faccio”, lo dice un robot antropomorfo.

Per ora almeno, perché con l’Intelligenza Artificiale sta cambiando anche questo. Alle persone è chiesto di più.

5. No politics. No bureaucracy (these are ridiculous in a garage).

Se politica e burocrazia erano dannose anche in un garage nel 1941, davvero serve spiegare perché non porterebbero a nulla di buono in un’organizzazione moderna?

6. The customer defines a job well done.

Il cliente ha sempre ragione. Se non ti piace detto così, prova con: “è il mercato che deciderà se la vostra azienda genera abbastanza valore”.

Ci sono due tipi di startup: quelle che partono da una grande idea del loro founder (ne trovate poche, dopo i famosi primi tre anni) e quelle che nascono per rispondere a un’esigenza del mercato di riferimento. Le seconde le riconosci, generano ricavi.

7. Radical ideas are not bad ideas.

Ci sono i piccoli miglioramenti quotidiani, poi ci sono le grandi idee.

La ruota non si riesce a inventarla tutti i giorni, ma non farti spaventare da quanto un’idea possa essere fuori dagli schemi.

Non chiederti solo perché un’idea dovrebbe funzionare, chiediti piuttosto: perché non dovrebbe farlo?

8. Invent different ways of working.

Tutti i paradigmi connessi al mondo del lavoro stanno mutando: luoghi, modalità, misurazione delle performance

Una parola, non traducibile, lo spiega in modo perfetto: smart.

Se le persone sono messe nelle condizioni di lavorare in armonia, lavorano duro.

9. Make a contribution every day; if it doesn’t contribute, it doesn’t leave the garage.

Piccoli progressi quotidiani: fai in modo che la persona che esce la sera dall’ufficio sia migliore della versione che è entrata la mattina.

Tanti piccoli miglioramenti quotidiani possono generare grandi idee se condivisi. Ricordi il discorso delle sinergie, vero?

10. Believe that together we can do anything.

Una sfida che può spaventarvi singolarmente impallidisce davanti alla forza di un team.

Se hai una grande idea, ma non sai come farla funzionare non proteggerla egoisticamente: un tuo collega potrebbe essere il pezzo del puzzle mancante per ottenere un grande risultato.

E un domani quel pezzo potresti essere tu: si vince insieme, si perde singolarmente.

11. Invent.

Nessuna Università insegna a diventare inventori: prova a farlo divertendoti quotidianamente.

Mai come oggi è possibile fare delle vostre passioni una nuova startup.

Qui finiscono le 11 REGOLE DEL GARAGE, se sei arrivato fino a qui credo sia giusto lasciarti anche i miei 3 consigli da aggiungere a queste regole.

(Consiglio) 1: Save the rebels.

Sicuramente conoscerai un ribelle, e se è vero quello che disse Ruth Messinger: “non sono i ribelli a creare i problemi, ma i problemi a creare a i ribelli” faresti meglio a tenertelo stretto nella tua azienda.

Essere ribelle non significa per forza essere un antagonista. Spesso si tratta di un tipo di talento che è indicatore di una forza divergente senza limiti, che mette continuamente in discussione la situazione e non smette di interrogarsi sul come migliorarla.

Leggete qualche biografia dei grandi imprenditori e manager: non erano persone facili, anzi.

(Consiglio) 2: Kill the gap.

Uomini e donne hanno sfumature diverse, differenti metodi per arrivare a una soluzione, per approcciare un problema.

Non esiste un metodo migliore di un altro: questo è il bello.

Viviamo un mondo del lavoro caratterizzato da sfide complesse, e la complessità si può affrontare solo percorrendo insieme la strada.

Il vergognoso gap nel mondo del lavoro tra uomini e donne deve finire, e questo deve finire con un’educazione che deve partire dalle scuole, dove si formano — prima che uomini e donne — persone.

Qual è il suono di una sola mano che applaude?

Eliminare il gap non per fare un favore alle donne, come se fosse una concessione, ma per sprigionare quel talento oggi purtroppo ancora ingabbiato in assurdi schemi mentali ereditati da mentalità cancellate dalla storia.

Oggi sappiamo che questa è un’esigenza delle donne, raggiungere la parità di genere.

Se mai dovessimo raggiungerla ci renderemo conto di quanto di questo ne avevamo bisogno tutti, per rendere le nostre aziende più competitive e, soprattutto, eque.

(Consiglio) 3: Next generation leadership.

Un consiglio ai leader. Non agli imprenditori, o ai manager. Ai leader. Perché tutti possiamo trovarci nel ruolo di leader, anche semplicemente aiutando un collega in difficoltà o in un momento di debolezza.

Oggi la leadership in azienda non si manifesta nell’essere i migliori nel fare qualcosa, ma nell’essere capaci di attrarre i migliori talenti in circolazione e integrarli nella propria organizzazione.

Dopo l’ennesimo trionfo in vasca di Michael Phelps, LeBron James postò su Twitter una foto, accompagnata dalla frase: “winners focus on winning, losers focus on winners”.

I vincenti si concentrano sulla vittoria, i perdenti si concentrano sui vincenti.

Lo sguardo di Phelps rivolto verso il traguardo, lo sguardo del suo avversario rivolto verso Phelps.

Per affrontare quello che succederà, poche regole ma chiare: concentrati su dove vuoi arrivare, definisci una strategia per farlo, fai crescere il tuo team, affidati alla magia del lavoro di squadra e lasciati sorprendere.