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_ Nasce ‘Bookowski’, tra pirla e schiaffi in faccia

BOOKOWSKI – Not the ordinary caffè letterario è un nuovo modo per presentare un libro, chiacchierando con gli autori e le autrici per sapere come è nata l’idea, quali libri amano leggere e quali serie guardare. Ci sono domande alle quali non vorrebbero rispondere, provocazioni, risate, battute.

Siamo partiti il 27 novembre con il nostro amico Germano Lanzoni (in agenzia) e Giovanna Donini (in streaming) per presentare il loro: “LA TERRA DEI PIRLA”.

Me lo sono letto al mare, sperando che le cronache da quarantena raccontate fossero da archiviare nella cartella “brutti ricordi”, purtroppo non è andata così.

La serata è iniziata con uno (anzi, due) “SCHIAFFO IN FACCIA”, niente di fisico o metaforico, ma la birra selezionata per la serata dal nostro partner Legnano Brauhaus. Ve la consiglio.

«La leggerezza è quella cosa che ci consente di leggere la realtà quando è difficile, o perfino drammatica

Il nuovo libro di Germano Lanzoni si intitola "La terra dei pirla"

Iniziamo: siamo tornati al punto di partenza?

Giovanna: il libro affrontava la reazione dei pirla, o dei tanti pirla differenti, rispetto a questo virus. Oggi i pirla restano ma forse siamo tutti un po’ più consapevoli.

Più preoccupati e attenti, meno tolleranti rispetto a errori che sono stati fatti

Germano: il primo lockdown è stato un evento collettivo, ci siamo trovati insieme – ad esempio sui balconi – in una situazione imprevista e imprevedibile in cui i nostri ruoli erano definiti: non rompere il c***o, scegli quali serie Netflix guardarti e rimani sul divano.

In questo lockdown la chiusura è individuale, ognuno vive in casa secondo le sue priorità.

Il lato pirlesco è che per assurdo siamo sempre “noi”, possiamo percepirci come l’ultima ruota del carro, ma il meno-pirla ha la consapevolezza che le redini le abbiamo in manosingolarmente.

È un atto di consapevolezza e responsabilità.

La prima cosa alla quale ho pensato è stata come abbiamo rivalutato il non avere tempo.

Prima ci sembrava che ci fosse troppo poco tempo per fare tutto, il lockdown ha creato una dilatazione del tempo incredibile. Non avete voglia di tornare a non-avere-tempo, di tornare a riempire le agende di persone e appuntamenti? Non temete che alcune abitudini siano cambiate in modo definitivo?

Giovanna: faccio call con amiche – quasi tutte single – e ti garantisco che è molto difficile gestire questa situazione. Hai voglia di conoscere di persone e non puoi, salvo chiedere se “hai fatto il tampone”.Il primo lockdown è stato una tragedia, anche solo il fermarsi a riflettere ti impediva di fare altri ragionamenti. Ci ha obbligato a una riflessione individuale e collettiva.

Ora la vita è ripartita, hai voglia di conoscere persone, fare amicizie: non è facile.

Siamo tutti molto più isterici e nervosi, ne approfitto per lasciare il mio numero di telefono…

Germano: Giovanna ha dato due informazioni chiave: è single e ha un sacco di amiche single.

Sul senso del tempo per me non è così, vedo una differenza generazionale.

Egidio, vivi un’età dove l’essere sul pezzo 24/7 genera un flusso di eccitazione continua, è giusto che questo mood, queste pulsioni, queste opportunità ad altissimo livello – ricordiamoci che viviamo a Milano dove ci sono possibilità H24 – è fondamentale.Stare a casa oggi è un sacrificio.

Quando sei over-50 si deve centellinare il tempo, e io arrivavo da una serie di impegni assurdi che mi hanno reso difficile anche il solo confrontarmi con amici ecc… Mi ha impedito di centrare il mio focus.

Per fare spettacoli anche le pause hanno un ruolo fondamentale, anche i grandi come Gaber ne approfittavano, farsi coinvolgere al 100% dal flusso per il contesto del tempo lo possono fare alcune persone in determinate fasce d’età, non tutti. Noi giullari dobbiamo vedere che cosa stona, dobbiamo poter osservare quello che non funziona.Io sono un testimonial dell’H24, ma la mia attenzione deve essere presente anche attraverso le pause.

Lo dico con invidia eh, anchio vorrei avere come te l’obiettivo “tavolo dell’Old Fashion”.

Germano Lanzoni presenta il suo nuovo libro da the Zen agency

Ormai sono fuori tempo massimo anch’io, quando sono le undici oggi dormo sul divano, qualche anno fa entravo in doccia pronto a uscire di casa.

Ma in fondo lo dicevamo tra amici: dopo i 30 in discoteca solo se è tua.

Parlavo della possibilità della scelta, di poter scegliere se fermarmi o andare alla massima velocità, però è vero che lavorando in contesti creativi dobbiamo accettare che serve rallentare per creare.Stiamo vivendo un’accelerazione di tutti i processi, ad esempio guardate quello che abbiamo vissuto con la digitalizzazione. Smart working, home working, nuova organizzazione del lavoro: igrandi cambiamenti andrebbero fatti come scelte, non come forzature.Oggi tutte le aziende sono digitali, interconnesse in un mondo digitale, forse non tutte ne erano perfettamente consapevoli. Pensavano fosse una scelta.

Oggi il virus nella sua democratica drammaticità non ha fatto prigionieri: ha reso obsolete realtà aziendali e settori che sembravano intoccabili.

Perché diciamo tutti che per sopravvivere serve cambiare e facciamo così fatica a farlo?

Germano: siamo sopravvissuti a migliaia di cambiamenti, oggi continuiamo ad averne paura.

Lo sviluppo del nostro cervello, ad esempio, è cresciuto perché camminava, con una relazione diretta con il muoversi in un contesto instabile.

La comfort zone del ramo, con il cibo a portata di mano, non ha portato sviluppo.

Il 99% delle specie è scomparso perché non si è adattata al cambiamento: noi siamo i figli e i nipoti dei più svegli, che hanno accettato il cambiamento. Siamo essere allergici alla stupidità e all’immobilità. Tutte le nostre cellule cambiano, quando una cellula si ferma è morta. Il nostro cervello è uno strumento di problem solving straordinario se ci pensi.È uno strumento che però va allenato, cambiare significa non fare più le stesse cose.Nessuno è pronto a cambiare le proprie abitudini.

Dobbiamo smettere di fare le cose che facevamo ieri: è cambiata la percezione che abbiamo del nostro ruolo nella società.

Le aziende, molte aziende, hanno ancora un mindset collegato al padre-padrone, oggi troppe cadreghe di potere sono attaccate al cu…ore.

Nessuno di noi può cambiare il mondo, ma tutti possiamo cambiare individualmente in un secondo: questa è la nostra straordinaria potenza.

La digitalizzazione è una sperimentazione: ciò che pensi di sapere, non conta più nulla.

Devi ripartire da capo. E questa è una figata pazzesca se ci pensate.

Noi reagiamo come animali elementari, siamo schiavi di scelte collettive da un lato, ma possiamo cambiare quando vogliamo attraverso la consapevolezza.

Giovanna: molte aziende hanno avuto difficoltà perché appunto si sono trovare con la necessità di cambiare perché dovevano farlo.Il cambiamento è uno tsunami, va implementato prima che arrivi.

Quando arriva uno tsunami, molte persone invece di scappare rimangono inchiodate sulla spiaggia ad osservarlo, questo perché temiamo l’imprevisto, la nostra mente non lo vuole accettare.

Anche una bocciatura a scuola può essere vissuta come un vettore di esperienze nuove: se rimaniamo senza curiosità, inevitabilmente verremo travolti dall’imprevedibile.

All’inizio quando leggevamo “COVID 19” dicevo: vabbè è in Cina.Subito dopo era qui: dobbiamo accettare che le paure vanno affrontate, esistono.

Germano: le persone cambiano, le aziende non sempre. Quelle che cambiano, sono quelle che pensano di essere fatte da persone. Oggi le aziende devono creare le condizioni per fare riconoscere i propri talenti e le proprie competenze, con un dialogo tra le esigenze della persona e le opportunità dell’azienda,è qui si genererà valore. Dove si vive di regole vecchie e procedure si farà più fatica.In questo cambiamento, le persone faranno la differenza. Mai come oggi.

Giovani e donne, possiamo dire che abbiamo perso un’occasione?

Ad uno dei nostri eventi Massimo Temporelli, raccontando il suo progetto: “Fucking Genius” ha raccontato di come i grandi geni del passato abbiamo iniziato a innovare e creare molto giovani, anche prima dei 30 anni. Lato donne, abbiamo un gap nel nostro Paese a livello di occupazione e ruoli decisionali. Il loro talento che non riusciamo a valorizzare è una perdita inaccettabile per il sistema. Queste due categorie, che potevano essere il detonatore di un vero cambiamento, di una nuova rivoluzione, non solo non sono state “aiutate” ma sono state addirittura penalizzate. Abbiamo creato ancora più differenze tra la parte del Paese “protetta” e quella che viveva già difficoltà sistemiche: poteva essere un’occasione per creare qualcosa di nuovo, abbiamo deciso di puntare su banchi rotanti, incentivi a pioggia e bonus-qualcosa.

Giovanna: non aggiungerei nulla a quello che hai detto, sono d’accordo. Alcuni imprenditori illuminati, che si sono distinti, ci sono stati: ma sono stati casi singoli. Il mondo del lavoro per i giovani e per le donne rimane “bloccato”, poteva essere un’occasione per rivoluzionare le cose. Le donne sono state a casa con i figli, la didattica a distanza… Hai ragione tu: avevamo una possibilità e non è stata sfruttata. Speriamo almeno di aver fatto nascere nuova determinazione a queste categorie.

Esatto, è un tema che parte proprio da alcuni aspetti educativi. Dai messaggi.

Non serve (solo) colpire comportamenti sbagliati, serve iniziare ad educare a nuove azioni.

Spesso anche il mondo della comunicazione non fa i “compiti a casa”.

Giovanna: ero al parco, ho visto una scena nella quale un bambino giocando aveva dato uno schiaffo ad una bambina. La mamma, davanti all’altra mamma, lo aveva quasi giustificato: “va beh, è un maschio…”. No, non funziona così.Non la giudico, ma quanto è radicata in noi questa mentalità sbagliata?

Germano: l’occasione è persa non da oggi, ma da 30, 40 anni… Da quando la figura maschile ha iniziato ad avere tratti di dominanza totale.

Ha radici culturali: il principe azzurro che ti bacia è dentro di te, non è fuori, dovremmo iniziare a cambiare già dalla narrazione delle favole.

È troppo facile spostare fuori la responsabilità dell’educazione: colpa dei genitori, della scuola, dello sport… Èimportante anche non aver paura di cadere e di sbagliare.

Perché accettare la caduta, di sbagliare, di sbattere la facciaè fondamentale e bellissimo.

Cadere e rialzarsi è formativo, educativo: puoi dare tutto ma il 50% è scambio, è reciprocità, serve un passo verso il prossimo.100 anni fa nasceva Rodari, di teste illuminate come lui e Montessori ne abbiamo sempre avute, poi ci scontriamo con quello che l’amico Roberto Bonzio ha chiamato: “Sindrome del Palio di Siena”. Si preferisce troppo spesso una sconfitta collettiva al vedere una vittoria del prossimo. Lo dico sempre alle mie figlie: non serve studiare per il voto, ma per impadronirvi degli strumenti che soddisferanno le vostre curiosità.

Siamo ossessionati da numeri ed algoritmi, ma per lavorare ad un nuovo mindset dobbiamo studiare e conoscere anche la filosofia: come la mia cultura può mettere in contatto le connessioni tra la conoscenza e l’esperienza? Perché altrimenti è solo masturbazione tecnologica.

Basta dire che “è colpa degli altri”, dobbiamo osservare un fenomeno a 360° accettando che magari siamo noi a non aver capito. Noi non conosciamo la realtà, la nostra percezione e il nostro punto di vista è solo una parte del panorama complessivo. Non prendiamoci troppo sul serio, fino a ieri cantavo che: la vita senso non ne ha. L’ironia è un processo di lettura molto buono, fa bene non prendersi troppo sul serio.

Giovanna: sdrammatizzare questa situazione aiuta. Mi ha aiutato ridere e parlare con Gegio, facendo il libro… Tutto con il nostro sguardo, dedicato all’utilizzo della chiave comica. Anche quando litigo con qualcuno penso: “bella questa frase, aspetta che me la segno”. Magari quello che per te è un problema, per me è uno spunto comico.

Germano: se vivi l’illuminazione della sequenza, non temi la detronizzazione di un’offesa. Questo è il potere dell’ironia. Nella dinamica della comunicazione comica c’è sempre una vittima, ma serve ridere “con” e non ridere “di”. Non accentuare il disagio della vittima, ma includila con un’azione psicologia: “è successo anche a te”. La vita è una tragedia, per fortuna è divertente.

Torniamo al libro, con il passaggio sul cortile: molto milanese. Quel mondo aveva dinamiche sociali e comunicative proprie, oggi il digitale ha cambiato tutto. Nel cortile dovevi piacere a 15 persone che ti conoscevano, oggi è tutto flusso, una tua azione social deve piacere a 150, 1.500, 15.000 persone che possono “approvare” con un like. Con le quali non hai interazioni, sono sconosciuti, ma cerchi comunque una loro approvazione.

I malinconici vedono nei social degli strumenti che ci hanno allontanato, forse il lockdown potrebbe averli nobilitati in questo senso: non ci fossero stati, non saremmo stati tutti più soli?

Germano: il cortile dava una forma di indipendenza senza una difesa “di parte”. Mio papà me le dava sempre. Ti rubavano la bicicletta? Colpa tua, c******e.

Era impensabile presentarsi in una scuola e dire a un professore: “tu non sai insegnare”.

Il cortile è un microcosmo i bambini sanno essere anche cattivi con una propria percezione di cosa è giusto e sbagliato. Era una grande palestra per scoprire l’effetto di una brutta figura, di uno “schiaffo”, ogni presenza è costruttiva. Oggi è molto diverso.

Oggi c’è una mancanza di allenamento all’empatia, serve imparare a relazionarsi, per questo motivo è fondamentale tornare a scuola. Questo è costruire un’identità collettiva. Oggi i social stanno cambiando completamente le relazioni tra i ragazzi. Uno sconosciuto non può avere più importanza di un amico.

Giovanna: nel libro lo scriviamo, parlando del compleanno in “smart”, di come queste dinamiche siano diverse. All’inizio mi sentivo “supportata” durante il lockdown – per fortuna che c’è la tecnologia – oggi mi manca molto il contatto umano. Credo fortemente nelle relazioni fisiche reali, nella didattica in presenza… Anche nella creatività il contatto umano è fondamentale, assolutamente.

Sono d’accordo, anche negli eventi è così. In futuro credo la componente “digitale” rimarrà irrinunciabile, ma anche nelle persone trovi proprio la volontà di tornare allo stare insieme fisicamente. Può essere che questa paura derivi dal vivere in una società dove – fortunatamente – non abbiamo vissuto problemi “veri” in casa. Siamo abituati ad analizzarli da lontano, oggi tante persone sono terrorizzate dallo scenario. Un caffè al bar può non essere fondamentale, ma non è fondamentale per chi lo beve, una persona dietro il bancone che vive grazie a quel caffè non la penserà così.

Come possiamo trovare la forza e i motivi di ottimismo per convincerci che comunque, prima o poi, questa emergenza finirà?

Germano: non ho una risposta, credo sia difficilissimo. Siamo a casa perché oggi è uno dei modi più sicuri per stare lontano dal virus, ovviamente il mondo degli eventi viveva dell’esigenza di aggregazione. Sarà interessante vedere nei prossimi mesi, anni, quando potremo decidere di tornare “fuori” se le persone vorranno e riusciranno ad impadronirsi dei loro corpi. Iscrivetevi a corsi di danza, sport di contatto… Dobbiamo tornare alla relazione con il nostro corpo. Avevamo già un’attitudine allo stare in casa, dovuto ai social, i nuovi nati hanno proprio una crescita del cervello “nuova”.

L’interazione con il digital sta portando a cambiamenti irreversibile. Oggi se dai una foto a una bambina piccolo “scrolla”, non sfoglia

Giovanna: io sono cresciuta negli anni ’80, felicità, benessere, vita vitavita

Dovevamo “inventarci” i motivi per manifestare, non avevamo motivi reali, il problema era il “bomber”.bDi colpo, a 45 anni, ci siamo trovati in una guerra contro un nemico invisibile. È la prima volta che accade, siamo impreparati e troppo “fighi”. Dalle difficoltà si può anche risalire, mi collego al tema dei teatri: che questa cosa possa diventare l’occasione per ridisegnare la nostra categoria.

Forse anche la scuola fa fatica per questo motivo, forse non ci siamo evoluti abbastanza.

Germano: scuola e sanità hanno vissuto 30 anni di tagli, non è strano che siano i settori più colpiti. Fare polemiche è facile, me ne rendo conto, però è vero che mentre godevamo dagli anni ’80 un benessere crescente condividevamo il mondo con decine di guerre e migliaia di morti. Il loro virus non si chiamava “Covid” ma missile, bomba, carro armato… Quando solo una parte del mondo è in difficoltà il resto del mondo tende – purtroppo – a fregarsene. Ci interessano quel tipo di problemi solo lato immigrazione di massa che arriva da noi, non dal lato di che cosa possa generarla.

Tema teatro, ad esempio, ho avuto la fortuna di lavorare tantissimo, avviando ad esempio HBE che oggi coinvolge più di 25 persone. Il mio focus è stato sul mio gruppo di appartenenza, non tanto per temi “collettivi”. Tanti teatri non sono pubblici, vivono del proprio pubblico, di queste realtà non interessa a nessuno. In Regione Lombardia abbiamo visto l’inizio di un processo, con la creazione di un tavolo che ha l’obiettivo di provare a fare le cose in modo diverso e più coordinato. Perché questo è il tema, non essere più solo “numeri”, lupi solitari, ma muoversi insieme ed in modo coordinato.

Il sistema Paese deve dare accesso a tutti, lasciare le porte aperte, sarà poi la volontà individuale a generare opportunità e carriere.

Quando si parla di cambiamento si sbaglia spesso, concentrandosi troppo sul tema della velocità e troppo poco su quello dell’accelerazione. Sono due cose molto diverse. Non andiamo forte su una strada dritta che non cambia mai, oggi siamo pieni di “curve”, serve un contesto economico e legislativo snello e rapido. Altrimenti non si può competere, il mondo oggi è completamente interconnesso. Affrontiamo tutti i giorni una “gara” ma per colpa degli stereotipi nella gara della vita non partiamo tutti dalla stessa situazione. Si può partire in vantaggio o svantaggio senza nessun merito, semplicemente per fortuna e contesti di nascita: non possiamo dimenticarlo.Oggi ci sentiamo tutti esperti di qualcosa, dobbiamo parlare di tutto. Non posso non ascoltare un medico che mi dice di indossare la mascherina perché me lo devo fare ripetere da Ibrahimovic. Oggi come possiamo trovare le giuste informazioni?

Giovanna: ti rispondo da giornalista, perché lo sono. Primo lavoro: “Sagra del peperone”. Il mio direttore mi disse: “guai a te se scrivi cazzate”. Ogni cosa doveva avere la fonte, essere verità.

Anni dopo, da giornalista rampante, scrissi un articolo – sesso di provincia in provincia – la storia di un marito che trova un amante a letto ammanettato. Tutto vero, avevo le fonti, la storia vendette tantissimo. Tutti mi chiedevano se fosse vera. Era vera, era un amico.

Germano: scusa, ma il tuo amico era il marito o l’amante c******e?

Giovanna: questo non lo posso dire, te lo dirò ma non in questa sede! Sono convinta che oggi più che mai sia necessario avere la certezza della fonte e verificarla. Oggi troppo spesso si fa il “Condividi” senza pensarci. Deontologicamente si insegna a un giornalista di dire sempre la verità, poi puoi decidere come raccontarla, ma non-dire-una-cazzata.

Germano: ci deve essere un sistema, oggi nessuno pensa alla “funzionalità” ma alla “trasmissibilità” rispetto al programma. Nessuno pensa al contenuto perché siamo ossessionati dal punto di vista.

Non si può leggere solo il titolo, nel titolo si crea già l’opinione e si possono generare danni devastanti.

Le reazioni a catena delle supercazzole dall’alto sono una cosa impressionante. Quando i nostri politici parlano con leggerezza di dentro-UE o fuori-UE, generano dei danni economici tangibili.

Giovanna:questo è l’errore spesso, serve capire che quando si fa parlare una persona per fare show si ha una responsabilità. Un giornalista deve fare parlare solo quella che è la fonte ufficiale, altrimenti non è approfondimento, non è intrattenimento ma co-responsabilità di cazzate gravi.

Germano:rivendichiamo il diritto alla pirlata, ma lasciatele a noi comici.

Oggi le aziende si sentono responsabili, il tema della comunicazione e degli effetti della comunicazione sono molto attuali. Le aziende possono decidere di essere solo business, o decidere di avere ruolo, di generare un impatto. Noi facciamo comunicazione nella nostra agenzia, dobbiamo essere consapevoli che quello che facciamo ha un impatto, abbiamo una responsabilità. La Generazione Z, i giovani, sono molto attenti a questo tema. Noi siamo comunicatori, dobbiamo assumere il dovere degli effetti generati da un messaggio. Un gesto semplice come il tasto: “Condividi” genera impatti estremamente concreti.

Giovanna: esatto l’impatto se hai 350.000 follower è fortissimo sui social, e non hai neanche doveri deontologici.

Germano: chi fa giornalismo ha una responsabilità, essere un influencer è diverso. Ci sono TikToker con 104 milioni di followers. È impressionante. TikTok vive di flusso, non contenuto. Non conta più neanche l’informazione, devi solo partecipare a questa abbondanza di informazione generandone altrettanta.

La responsabilità non è solo di chi divulga ma anche “nostra” che decidiamo di dargli peso.

Puoi decidere di credere a “quello del bar”, però rimane una tua scelta farlo.

Montemagno disse che la rete, a differenza della TV, arricchisce chi è ricco e impoverisce chi è povero di curiosità. Puoi arrivare alla mail di Obama, oppure accontentarti di essere previsto dall’algoritmo di Google. Scegli tu.

I pessimisti non vinceranno mai perché non sanno organizzare le feste.

La vittoria è egoista perché sa chi scegliere.

È la volontà che cambia la realtà.

Guarda l’evento completo al link:

https://www.facebook.com/thezen.srl/videos/221845076036278
Egidio Alagia

Egidio Alagia

Event Manager | Leadership Team Member @ SingularityU Legnano Chapter