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Esiste un profilo del fottuto genio?

Ne abbiamo parlato a FDO tra tecnologia e iniziative  di Disruption, scoprendo che la genialità può essere ricercata e  promossa con un modello di caratteristiche.

Torniamo a incontrarci di persona. Col nuovo appuntamento della serie For Disruptors Only (FDO) torniamo a far discutere i nostri relatori e il pubblico presente. Poche persone, e distanziate, ovviamente, che sono intervenute da WeWork a Milano per ascoltare storie di genio e sregolatezza, sempre dirette a innovare e a creare una rottura, positiva, all’ordinario appiattimento.

Introduction to Disruption, di Riccardo Bovetti (EY)

Il genio è la accurata capacità di tenere celate le proprie fonti”.

Albert Einstein

Nel presentare l’argomento di questa sera, non mi sono fermato all’associazione tra innovazione e cambiamento. L’innovazione è qualcosa che esiste, concretamente, non è solo cambiamento e miglioramento, cioè una variazione di tipo qualitativo. Non è vero che per fare qualcosa di nuovo serve sempre a cambiare.

Innovazione e cambiamento possono essere conseguenti, ma anche derivare una dall’altro.

A volte l’innovazione è stata pensata molto prima della sua attuazione, ma mancavano ancora le condizioni per poterla realizzare in concreto.

Necessarietà dell’innovazione: è buona di per sé? Siamo portati a pensare che abbia a che fare con la velocità del cambiamento. Quello che ci sconvolge è l’accelerazione che ci può portare a uno stravolgimento del nostro quotidiano.

Creare il futuro con l’Intelligenza Artificiale, di Fabio Moioli (Microsoft)

In Cina un algoritmo di intelligenza artificiale parla al telefono, scrive poesie e conduce 18 trasmissioni radiofoniche in contemporanea. L’Intelligenza Artificiale (AI) è già nei nostri telefoni. In Olanda un algoritmo ha creato un nuovo dipinto che gli esperti hanno ammesso che avrebbero potuto scambiare con un’opera autentica di Rembrandt.

23 anni fa un computer ha battuto il campione di scacchi, nel 2016 ha vinto contro il campione del complesso (triliardi di combinazioni) gioco ‘Go’ e da quell’anno in poi si è raggiunta la parità uomo macchina in diversi campi: comprensione del testo, traduzione dal cinese alle lingue occidentali e altro ancora.

Fabio Moioli di Microsoft è uno dei più grandi esperti di Intelligenza Artificiale in Italia.

In quali campi si può usare la AI per sviluppare il genio? È come chiedere cosa si può fare con l’elettricità: creare il futuro. Purtroppo molti usano la AI ‘solo’ per fare le cose un po’ meglio.

La sfida più grande che dobbiamo affrontare è il re-skilling, forse come società stiamo sottostimando questo aspetto.

Siamo passati da un mondo in cui facevamo fatica a farci capire dalle macchine, a un mondo in cui parliamo alle macchine, senza usare interfacce complicate come una volta.

La AI va usata per creare il futuro, in modo geniale. Una delle sue utilità più importanti è quella che permette di prendere decisioni migliori facendo previsioni (marketing e tanto altro).

Il futuro? L’Intelligenza Artificiale sta crescendo da poco, solo ora ci sono la potenza di calcolo, la quantità di dati e gli algoritmi per poter far crescere il processo.

Quello che ci aspetta oltre questo gradino è il Quantum Computing, si potranno processare in secondi algoritmi che con ad oggi richiederebbero un tempo superiore alla vita dell’universo.

Sono preoccupato? Dell’uomo, sì, di come potrebbe usare tutto questo in modo sbagliato.

Il miglior modo di predire il futuro è crearlo.

Dobbiamo ricordarci che nel corso dell’evoluzione quello che ci ha resi vincenti come specie è la collaborazione, senza di questo ci saremmo estinti. Secondo me la collaborazione è essenziale anche tra uomo e macchina.

L’AI sta diventando sempre più complementare all’uomo. Per esempio, un esame medico controllato dall’algoritmo e dal medico ci può dare il risultato migliore, la migliore diagnosi.

Uomo e macchina sono complementari e sinergici. Potremo sì prendere decisioni migliori e sempre più importanti, aumenteremo la nostra intelligenza, ma questa tecnologia non potrà amplificare i nostri valori, i nostri principi etici, quelli in base ai quali la useremo.

Al centro quindi rimarrà la nostra parte più umana, la più bella, quella che determinerà maggiormente il futuro, più che la tecnologia di per sé.

Chiara Bacilieri: ragioniamo sempre su cosa la tecnologia può fare meglio di noi, ma Fabio ci ha fatto vedere questo rapporto in modo diverso. Dobbiamo chiederci come ci può aiutare, non come ci può superare. Dal punto di vista della capacità umane (relazione, empatia, ecc.), pensi che l’AI ci possa aiutare?

Fabio Moioli: quando si tratta di decisioni importanti, quelle che impattano sulla vita delle persone, penso che la decisione debba sempre essere presa da un essere umano. L’algoritmo ci può dare dei suggerimenti, ma dobbiamo essere noi a decidere se siamo d’accordo o meno su quel suggerimento.

L’AI non è giusta, è efficiente. L’algoritmo usato per fare selezione del personale, in occidente imparerebbe ad assumere solo uomini bianchi, perché si rifà sui dati storici dell’azienda. Altri esempi di questo tipo sono nel campo dell’applicazione della legge, o nella scelta di concessione dei mutui, ecc.

L’algoritmo può provare empatia, avere una coscienza? Oggi no, tra anni, molti anni, forse sì. Oggi possono simulare empatia. Può essere efficiente nel rispondere in modo empatico, sa simulare, ma non è giusto, non ha vera empatia. I principi restano di dominio umano.

La rivoluzione della birra artigianale, di Teo Musso (Baladin)

Io parlo di cose più materiche dall’AI. Sono un ragazzo di campagna, vengo da un paese di 900 abitanti. 34 anni fa ho fatto qualcosa di molto diverso da quello a cui era abituato il mio paese, che è molto vicino a Barolo e Barbaresco, terre di grandi vigneti.

Invece del vino, la birra. 34 anni fa ho aperto un locale dedicato a birra e musica. Ho iniziato a importare birre e ha funzionato bene, grazie alla passione e alla musica. Io e mia moglie abbiamo fondato una scuola di musica per disabile e una per gli ‘apparentemente’ abili, ho avuto un’etichetta discografica e fatto il tour manager.

Teo Musso e prima birra artigianale in Italia.

Il mio percorso più importante però ha riguardato la birra. Nel 1995 ho iniziato a produrla, cosa che in Italia non si faceva. All’inizio non ha funzionato, la gente guardava con diffidenza alla birra artigianale, ho perso l’80% dei miei clienti.

La birra artigianale era una vera rivoluzione culturale, qualcosa che ha creato diecimila posti di lavoro negli ultimi 6 anni, non male per un paese come l’Italia.

Dopo il primo fallimento, la riflessione, semplice, è stata: stavo producendo delle birre profumate, ma fino al giorno prima le birre si bevevano in apnea, perché puzzavano ed erano tristi. Ho pensato allora di rivolgermi e portare questo messaggio agli appassionati di vino, che fino ad allora consideravano la birra un sottoprodotto.

Così ho rivoluzionato il mercato, ho creato una nuova immagine, usando delle bottiglie che sembravano di champagne per la birra, con etichette originali e fuori dagli schemi. Ho selezionato 500 ristoranti in tutta Italia e sono andato a portare le mie birre artigianali.

La risposta è stata positiva, un po’ di ristoranti hanno cominciato a usare le miei prime due birre e soprattutto qualche giornale ha cominciato a scrivere che:

C’è un matto che sta girando per l’Italia dicendo che si può sostituire il vino con la birra”.

Poi è arrivata la tv: Uno Mattina, TG Leonardo, ecc. E la gente ha cominciato a tornare nel mio locale e sono andato avanti nella mia rivoluzione.

Nel 2000, sono passato dalla produzione dentro il locale a fare una cantina di fermentazione e imbottigliamento nel pollaio dei miei genitori, cosa che mi ha causato qualche ‘piccolo’ problema burocratico con l’ufficio tecnico del comune.

Tra il 2000 e il 2004 ho creato una società di distribuzione, perché a quel punto era diventato indispensabile per avvicinare la mia birra artigianale al cliente finale. Oggi, arriva il prodotto arriva in 54 paesi nel mondo.

Nel 2005 mi hanno dato un premio per aver portato la cultura della birra nel mondo, ma nonostante questo l’Italia ha scoperto la birra artigianale solo nel 2011.

Questo premio mi ha dato una botta di energia. Ho creato un marchio concorrente solo per stimolare il mercato; poi ho disegno un bicchiere che è diventato un simbolo di questa rivoluzione (oggi ne vendiamo 2 milioni l’anno), che ha ridato dignità alla birra e allo stesso tempo è un bicchiere tecnico di degustazione.

La birra è un prodotto che dipende dalla terra ma ne è slegato, perché i birrifici industriali comprano le materie prime dal mercato, anche e soprattutto estero. Negli ultimi 15 anni ho lavorato sulla filiera della birra, iniziando la coltivazione del luppolo e producendo la prima birra 100% italiana, con soli ingredienti italiani.

Noi che produciamo alimenti, abbiamo un rapporto intimo con le persone, perché entriamo nel loro corpo, a volte ce lo dimentichiamo. Continuo a sperare che siano gli uomini, con le loro passioni, a fare dei prodotti che mi entrano dentro.

Massimo Temporelli (F****ing Genius)

Nel 2017, non c’era la cultura del podcast. Pochi li ascoltavano, pochi li producevano, la maggior parte erano trasposizioni integrali delle trasmissioni radiofoniche.

‘Storie libere’ mi propose di raccontare storie di divulgazione scientifica scritte apposta per il podcast. Il pubblico era acerbo, volevano che mi occupassi di contenuti scientifici e mi hanno dato carta bianca.

Ho pensato di raccontare le storie delle persone che per me hanno cambiato il mondo; idea di per sé banale, ma che ho messo in pratica con uno stile e un piglio particolare. È nato così F****ing Genius e il fatto che sulla scienza ci fosse poco e che il consumo di podcast fosse in crescita, mi ha portato ad avere numeri importanti di ascolto e download.

Idea, titolo e copertina, i testi e tipo di canale, hanno contato molto in questo successo secondo me. Questo insieme di elementi magici non capita spesso nella vita, ma si sono verificati tutti insieme.

Massimo Temporelli è diventato famoso grazie al suo podcast sui fottuti geni.

Il podcast F****ing Genius è stato pensato per i giovanissimi, con l’obiettivo di ispirare e sfruttare la conoscenza e i potenti strumenti di oggi per diventare ‘fottutamente geni’ e andarsi a prendere il mondo.

Ne è nato poi un libro che è nato dal podcast e hanno cominciato a invitarmi nelle università e nei festival per parlarne.

Dopo essere stato tappato come tutti per il lockdown, avevo una gran voglia di andare in bicicletta. Così, mi è venuta l’idea del Book Bike Tour. Perché? Volevo che la scienza fosse raccontata da chi la vive da dentro.

Non ho mai fatto ciclismo da strada, su lunghi percorsi, sono quindi partito come parte uno scienziato, per fare di questo viaggio una metafora di quello che fanno gli innovatori da sempre: esplorare.

Ho fatto tutto da solo, ho organizzato il percorso, ho contattato gli scienziati e gli innovatori che avrei incontrato lungo la strada, ho comunicato l’iniziativa e mi sono allenato tutti i giorni per diverse settimane.

Sapevo che partivo per una cosa che non avevo mai fatto e che mi metteva un po’ in pericolo, però in questa metafora volevo che emergessero le caratteristiche che devono avere i fottuti geni. Non c’entra niente con il talento e la genialità, ha a che fare con la resistenza, la capacità di resistere alla fatica.

Non esiste il genio isolato, oltre alla fatica e all’esplorazione serve la collettività, il contesto che ci sta intorno, le persone che ci circondano. Questo Tour era un modo per cucire insieme tutte le mie relazioni, da Milano alla Sicilia.

La genialità? Bisogna esplorare, uscire dalla zona di comodo e nutrirsi di relazioni e stimoli.

Cosa mi porto da questa esperienza? Per esempio aver fatto Prato-Firenze, circa 30 km, in bicicletta insieme a Mario Cipollini, l’ex grande campione di ciclismo.

Fare il compitino, senza esagerare mai, ci sta rovinando. Non sto parlando di presunzione, ma di cercare di andare oltre i propri limiti.

Il talento per me è equidistribuito, non è vero che gli americani hanno più talento degli italiani o viceversa. Dove emerge il talento? Dove ci sono delle caratteristiche propedeutiche ed è proprio questa la domanda che viene fuori da eventi come questo: come posso io imprenditore creare le condizioni per far emergere il talento delle persone che lavorano per me? La stessa domanda se la dovrebbero fare le nazioni, le università, ecc.

Dobbiamo rispondere adesso e cercare un modello da applicare e replicare. 

Se diversi giovani hanno scelto di studiare in una certa direzione perché ispirati da quello che hanno letto nel mio libro, ho fatto la mia piccola parte per creare un humus positivo.

Chiara Bacilieri: immaginiamo di fare ogni giorno qualcosa che ci fa paura e che non abbiamo mai fatto. ‘Io sono fatto così’ è un motivo per non muoverci dalla nostra zona di comfort. Se però cambiamo il contesto, una caratteristica che forse non conoscevi di te può venir fuori. Esiste un profilo del fottuto genio? 

Massimo: La gioventù è fondamentale. Io ho 47 anni e il mio cervello è cristallizzato, per questo le persone mature e anziane hanno un compito: promuovere i giovani. La storia ce lo dice, le grandi idee sono frutto di menti giovani, di solito under 25.

Chiara: dobbiamo anche creare una cultura del fallimento, perché provare cose nuove vuol dire fallire la maggior parte delle volte.

Massimo: e dagli errori possono nascere storie molto belle, altrimenti impossibili.

Come nasce un’idea? Tavola rotonda con il Gruppo Giovani Imprenditori di Assolombarda

Chiara: secondo le fasi aziendali di Michael Watkins (STARS: start-up, turn around, acceleration and growth, realignment, sustaining success), un manager è adatto, per sue predisposizioni, a solo una, massimo due di queste fasi.

Come nascono le idee nelle fasi che voi rappresentate?

Alan Torrisi (Primis Group): in Italia la Disruption paga poco, le giovani start-up sono viste come acerbe e con timore. L’età media degli imprenditori è alta, perciò guardano con diffidenza ai giovani che propongono di cambiare lo status quo.

L’accelerazione va affrontata per step, non può essere secca e troppo forte, c’è una zona di resistenza. Così bisogna puntare invece a una zona di accettazione, in modo più tattico.

Angelica Peretti (Duing): siamo giovani, ma abbiamo lavorato all’estero per una grossa azienda come Unilever. Grazie a questa esperienza abbiamo capito di cosa hanno bisogno un certo tipo di imprese. Questi insights ci hanno portato a pensare e poi a realizzare un progetto come Digitazon, cioè un marketplace di giovani dotati di competenze al servizio delle aziende.

Marzia Chiesa (SODAI): i miei fallimenti sono stati degli ottimi punti di ripartenza. Venivo da una formazione molto diversa dai temi che poi ho affrontato, sono arrivata nell’azienda di famiglia in un contesto di settore maschilista e vecchio. Ho iniziato a lavorare sulla sostenibilità come motivo e strumento di business, in un mondo che parlava ancora poco di questo argomento.

Puntare sull’economia circolare, sulla sostenibilità anche interna all’azienda, ha pagato, anche se all’inizio sembrava un azzardo. Noi innoviamo continuamente, l’innovazione deve diventare cultura. Dopo dei problemi di percorso, l’azienda ora è arrivata un buon punto evolutivo.

Per uscire dalla mia comfort zone, sto creando un blog in cui mi racconto come donna, come mamma e come imprenditrice per diffondere la sostenibilità come modo di pensare.

La Disruption secondo i Disruptors: Roberto Bonzio

Con _ Roberto Bonzio

Presentati _ giornalista curioso (ex Gazzettino, Giorno e Reuters) che racconta storie,  autore di un progetto creativo nato sul ponte fra Italia e Silicon Valley. Italiani di Frontiera indaga da anni sul talento italiano ricercato ed esaltato all’estero spesso mortificato in patria. Storytelling, spettacoli, viaggi d’ispirazione  e un libro  (EGEA 2015, prefazione di Gian Antonio Stella) che hanno dato vita a una community internazionale di innovatori.  

Stiamo vivendo una situazione inedita, che cambierà completamente il contesto sociale ed economico. Ci sarà un pre e un post-COVID19.

Pensi che il modo di affrontare queste giornate possa fare la differenza su quello che ci aspetterà quando tutto questo sarà finito?

Fra emergenza sanitaria ed emergenza economica ne dovremo affrontare altre non meno temibili: emergenze culturali e psicologiche. Dalle settimane di isolamento forzato usciamo disorientati, spaventati, impoveriti. Ma anche con una nuova consapevolezza, perché  siamo stati costretti dal virus a rivedere tutti i nostri rapporti: con gli altri, con chi ci rappresenta, con la scienza, col resto del mondo, con l’ambiente… persino con  noi stessi. Ma questa nuova consapevolezza è una straordinaria opportunità, per cambiare in meglio, non tornare indietro.  

Mai come oggi è importante saper imparare, disimparare e imparare di nuovo: quali competenze consiglieresti di allenare o approfondire?

Sono da sempre convinto che sia la curiosità la dote principale, da coltivare. Curiosità significa essere aperti e persino attratti da quello che  esula dalla nostra routine. Cos’è la “contaminazione” parola persino abusata oggi parlando di innovazione, se non la capacità di trovare risposte inedite e soluzioni in qualcosa che non c’entra col nostro ristretto campo di conoscenza? Da questo punto di vista i social ci illudono di essere una finestra aperta sul mondo, mentre ci viziano e limitano selezionando contenuti, post o film adattandosi ai nostri gusti. Invece imparare e disimparare, come raccomandato dal futurologo Alvin Toffler, si fa aprendosi a conoscenze inattese.

Il tuo business o la tua attività ha risentito del lockdown?

Mi trovo in una situazione schizofrenica. Perché se il mio business tradizionale è e sarà a zero per mesi, visto che guadagnavo da interventi di storytelling e spettacoli, viaggi a Silicon Valley, dall’alto alto tutti i contenuti di Italiani di Frontiera, parole chiave, suggestioni mi sembrano straordinariamente pertinenti a quella Rivoluzione Culturale che questa emergenza può innescare.  Per questo ho realizzato una nuova piattaforma grazie alla partnership con una promettente start up di Intelligenza Artificiale, SistemEvo. Si chiama #neusciremomigliori(www.italianidifrontiera.eu) e sta raccogliendo eccezionali contributi di ispirazione da connazionali di talento in patria e all’estero, su come cogliere opportunità in quest’epoca di drammatici cambiamenti. E ispirare i più giovani a guardare con fiducia al futuro.

Il modello di “Change Management” proposto da John P. Kotter inizia con una fase chiamata: creare il senso di urgenza del cambiamento. Il lockdown ha spinto inevitabilmente a una nuova percezione sotto due punti di vista: vedere la digitalizzazione non più come un mezzo di competizione, ma come una condizione di sopravvivenza e una predisposizione al rischio e al cambiamento completamente nuova.

Sicuro, l’approccio al digitale è l’esempio lampante di questa Rivoluzione culturale.

Solo perché costretti da circostanze drammatiche, molti imprenditori, professionisti di aziende e mondo della scuola hanno scoperto che il lavoro digitale non è una nicchia trascurabile di cui diffidare, è uno strumento potente, una enorme opportunità che richiede però un modo diverso di ragionare. Non è una novità che eventi drammatici producano brutali accelerazioni a cambiamenti che erano in corso ma procedevano lentamente fra mille ostacoli.

“When you ain’t got nothing, you got nothing to lose”, lo diceva anche Bob Dylan. 

Si scopre quanto si è forti solo quando essere forti è l’unica strada, secondo te quando torneremo alla nuova normalità i benefici di queste consapevolezze potranno essere la chiave per rialzarsi e per diventare, magari, addirittura più competitivi di come eravamo prima?

Non ho dubbi che questa emergenza rappresenti una colossale opportunità. Ma tutto dipende da noi, far tesoro di cambiamenti e nuova consapevolezza vuol dire saper abbandonare stereotipi e cattive abitudini di cui faticavamo a liberarci: conflittualità e rivalità, ricerca di alibi e capri espiatori, diffidenza. La scommessa sul futuro si gioca su un rapporto diverso con gli altri, che deve essere ispirato a fiducia. Perché abbiamo capito che progresso, sicurezza e persino salute non li possiamo difendere “a scapito” di altri. Ci sarà salvezza solo tutti assieme. 

Anche le agenzie di comunicazione e il mondo degli eventi saranno obbligate a cambiare, a studiare nuove strade per dare nuove risposte ai propri clienti.

Secondo te, quale sarà la direzione da prendere, il ruolo del digitale e dei social media come evolverà?

E’ una grande sfida, anche questa culturale. Penso ci sarà una selezione brutale, che penalizzerà quanti rincorreranno affannosamente  vecchi modelli e favorirà chi saprà inventare e creare nuove modalità di comunicazione e persino eventi in format virtuale e digitale. Difficile dire ora come e cosa, di sicuro io ho già iniziato a lavorarci, con interviste e incontri su piattaforme digitali, persino due spettacoli da 70 minuti… con davanti solo un computer e una cinquantina di persone che mi seguivano (ottimi feedback alla fine) ma che non potevo vedere. Un bell’esercizio di concentrazione…

Home-Working o Smart-Working? Non è la stessa cosa essere obbligati a lavorare da casa oppure studiare nuove metodologie di lavoro per renderlo più “smart”. Spesso in Italia confondiamo lo smart-working con pratiche orientate ad una maggiore flessibilità di orario. Il vero smart-working parte da una leadership moderna, orientate alla fiducia e all’empowerment e a un senso di responsabilità molto alto nei lavoratori. Un lavoro orientato all’outcome, prima che al “monte ore”. Secondo te andrà in questa direzione il futuro del lavoro? Se sì, come prepararsi?

Di sicuro curiosità e flessibilità saranno parole chiave per aprirsi a soluzioni diverse. E di sicuro, come emerso dalle mie video interviste con amici ed esperti, il mondo del lavoro è stato spinto da questa emergenza anche a considerare che non è l’orario in ufficio ma i risultati prodotti a dar valore. E che l’idea che le persone e le aziende si valutino su come hanno svolto bene un compito secondo I protocolli previsti lascerà spazio a una valutazione su quanto e come siano riusciti a soddisfare esigenze magari impreviste e a risolvere problemi dei clienti.

Consigliaci un libro, un podcast e un video per prepararci al meglio alla disruption, al fine di renderla stimolo, consapevolezza e non preoccupazione.

Come libri sto leggendo con interesse “Range” di David Epstein (Best seller New York Times) su come in un mondo specializzato… trionfino I generalisti, concetto che da anni fa parte di IdF, visto che per molti degli italiani di successo incontrati all’estero proprio l’aver competenze in campi diversi e non essere super specialisti è stata la chiave del  successo. E non occorre essere contemporaneamente  ingegneri, scienziati e artisti come Leonardo… Tra I libri in italiano “La notte di un’epoca. Contro la società del rancore. I dati per capirla e le idee per curarla” di Massimiliano Valerii direttore generale Censis fa un’analisi approfondita di quella negatività che pervade il Paese (ma mi aspettavo di più sulle proposte). Il podcast che consiglio invece  è musicale, The Road House, blues davvero sempre di qualità. Quanto ai film, imperdibile “The Great Hack” su Netflix che ricostruisce l’inquietante retroscena dello scandalo Cambridge Analytica, svelando come il controllo abusivo di dati social abbia cambiato la nostra storia, probabilmente anche nell’elezione di Trump e nella Brexit. Zuckerberg e Facebook ne escono a pezzi. per la profonda assenza di valutazione delle conseguenze del proprio lavoro, spesso pregiudicato. Mancanza di “consapevolezza”, la parola chiave che deve accompagnarci in questi giorni, per sognare un mondo migliore. 

La Disruption: o torniamo sul palco o ci muoio

LA DISRUPTION SECONDO I DISRUPTORS: O TORNIAMO SUL PALCO O CI MUOIO

di Ciccio Rigoli

Ho cominciato a fare spettacoli seriamente nel 2001. Per la prima serata di cabaret dei Mensana (ai tempi in trio) ci pagarono 150mila lire totali. Diviso 3, 50mila lire a testa. Ero felicissimo, avevo cominciato a fare spettacoli. Da lì non ho più smesso.

Credo che in ormai 19 anni non sia passato un mese consecutivo senza mai fare almeno un’esibizione, un laboratorio, un reading, insomma, non mi metto a contarle le volte che sono stato sul palco perché farei notte. Facciamo almeno 50 volte sul palco l’anno moltiplicato per 19? Fa 980 volte, più o meno. Quasi mille esibizioni di vario tipo, quindi diciamo che stare sul palco mi piace. Dal momento in cui mi si attorciglia lo stomaco e spero che annullino la serata per non dovermi esibire (giuro, ho spesso sperato annullassero la serata per la paura di esibirmi), fino al momento in cui scendo dal palco solitamente sudato ed esausto.

E, adesso, mi manca tutto. Anche la colite spastica del pomeriggio prima dell’esibizione.

In teatro non viene ammesso il viola perché il viola, nella liturgia cattolica, è il colore della Quaresima. E, durante la Quaresima, ovvero i 40 giorni prima della Pasqua, gli attori non potevano esibirsi e facevano la fame. Roba medievale, pensavamo. Figurati se tornerà una Quaresima in cui non potremo più esibirci, anche in tempo di guerra i teatri erano aperti per allietare le truppe. Fino a due mesi fa pensavamo questo, o meglio, non ci pensavamo neanche perché era un’ipotesi troppo remota.

Poi, ‘sto cazzo di virus nemico delle nostre abitudini e anche di quelli che stanno sul palco a dire, cantare, ballare, far ridere la gente.

Da quasi due mesi sono chiusi tutti i locali, i teatri, le balere, ogni spazio. E se almeno durante la Quaresima si sapeva quando sarebbe finita, qua non se ne vede la fine. E ogni giorno che passa è sempre peggio, perché pare che tutti si siano dimenticati del mondo della cultura e dello spettacolo. Siamo solo carne da streaming, ormai.

I primi giorni, quando si chiuse tutto, partirono i proclami. Nessuno sarà abbandonato! Nessuno perderà il lavoro! L’Italia è la Patria della Cultura e la difenderemo!

Sì, il cazzo. La Patria della Cultura il cazzo.

Tempo due settimane e nessuno si ricordava già più di quelli che andavano a fare gli spettacoli, buttavano il sangue per fare le prove, per organizzare tutto sperando che la gente ci venisse, andavano dietro ai gestori dei locali per esibirsi.

Nessuno si ricorda dei gestori dei locali che provavano a fare spettacoli e a garantire il pagamento agli artisti a costo di rimetterci del loro.
Nessuno si ricorda di quelli che gestiscono i teatri indipendenti e fanno i miracoli per pagare tutti, per mettere in piedi un cartellone degno, che fanno dei corsi, che ci vivono davvero con la cultura, con lo spettacolo, con il loro mestiere che in troppi sbeffeggiano pensando che si stia a fare le scenette, la recita, le musichine.

Ci sono persone dietro al divertimento, che mettono il pubblico e lo spettacolo davanti a tutto, e che se non salgono su quel palco ci muoiono. Perché stare sul palco è una delle peggiori paure al mondo ma, per chi ha il coraggio di farlo, è soprattutto la cosa più bella del mondo.
L’unica risposta che è arrivata è quella della “piattaforma di streaming”. Che è come dire che se non possiamo fare l’amore possiamo pur sempre farci le pugnette davanti a PornHub Premium, tanto è gratis, no? Il risultato è lo stesso, no?

Beh, se vi accontentate delle pugnette, va pure bene. Ma non venitemi a dire che è amore.

Stiamo continuando a esibirci nell’unico modo che abbiamo, lo streaming, ma non è per niente la stessa cosa. Lo streaming è solo un surrogato dello spettacolo. Dobbiamo guardare le persone, modulare la voce, sudare, buttare di nuovo il sangue. E se non si può fare adesso, va bene, aspetteremo, ma non venitemi a dire sempre e soltanto che ci sono cose più importanti. Probabilmente costruire tubi e montare automobili rende di più, ma non per questo dovremmo stare zitti e buoni che tanto noi ci divertiamo a fare quel lavoro, che tanto noi possiamo anche stare senza pensieri, visto che campiamo d’arte.
Qua servono soluzioni, e in fretta, sennò alla ripresa ve le potete scordare le risate che vi siete fatti a vedere qualcuno sul palco. Perché, se questo è il modo in cui si viene dimenticati, tanto vale fare un altro mestiere e rassegnarsi a non salirci più, su quel palco.

C’è una data almeno indicativa in cui potremo tornare a esibirci? C’è un piano per non far crollare tutto o esistono solo quei 600 euro che chissà se torneranno e che comunque non bastano?

Avete una minima idea di come fare a salvare chi non sa quando potrà tornare a fare il suo mestiere mentre voi parlate solo del tornare a lavorare intendendo come lavoro la metalmeccanica e il manifatturiero? Avete intenzione di dircelo prima o poi? Ci avete mai pensato? Qua, come direbbe qualcuno, “sembra che l’unico che fa uno sforzo per evitare di menarvi sono io!”

Io voglio sapere quando potrò tornare su quel palco. Altrimenti ci muoio. E vogliono saperlo tanti altri che, come me, altrimenti ci muoiono. Lo spettacolo è stato il primo settore a chiudere, e sarà l’ultimo a riaprire. Sempre se esisterà ancora qualcuno che vorrà tornare a esibirsi alla fine di questa quarantena, dopo aver visto esattamente ancora una volta quanto non importi a nessuno della condizione di chi fa questo mestiere.

La Disruption secondo i Disruptors: Riccardo Bovetti

Con _ Riccardo Bovetti

Presentati _ Partner di EY, mi occupo di consulenza alle imprese su tematiche di Performance Management (qualsiasi cosa voglia dire).

Stiamo vivendo una situazione inedita, che cambierà completamente il contesto sociale ed economico. Ci sarà un pre e un post-COVID19.

Pensi che il modo di affrontare queste giornate possa fare la differenza su quello che ci aspetterà quando tutto questo sarà finito?

Mai come oggi è importante saper imparare, disimparare e imparare di nuovo: quali competenze consiglieresti di allenare o approfondire?

Siccome dovremo essere preparati a tutto dobbiamo sviluppare (e rafforzare) sensibilità critica ed agilità nei confronti del “nuovo” e dell’ignoto. Per cui i suggerimenti sono:

  1. Studiare logica matematica, perché la logica è la base delle cose… è il “cosa” delle cose.
  2. Studiare (o per chi ha già avuto la fortuna di studiarla da giovane riprendere e rinfrescare) la filosofia ed in particolare l’etica, perché in questi momenti difficili abbiamo visto emergere ed affermarsi dibattiti sui temi che coinvolgono fortemente aspetti che ad ogni buon conto ricadono sotto l’ambito dell’etica: dal tracciamento degli spostamenti, alla raccolta e la distribuzione/diffusione di dati ed informazioni sensibili. L’etica e la filosofia sono il “perché” delle cose.
  3. Prendere dimestichezza con la psicologia ed in particolare la psicodinamica, perché dovremo saper affrontare lutti (quelli veri, tristemente numerosi), assenze (anche queste vere e numerose), ma anche “lutti ed assenze” rispetto alle nostre abitudini, al nostro modo di stare al mondo. La psicologia deve darci il “come” delle cose.

Il tuo business o la tua attività ha risentito del lockdown?

Purtroppo sì, per molte ragioni concomitanti. La consulenza alle imprese è un’attività che, salvo pochi topic, non assume carattere di necessità. Quindi abbiamo risentito dello spostamento delle priorità e dell’allungamento (diciamo deferimento) dei processi decisionali. Siamo stati penso una delle prime società ad attivare in modo massivo la modalità Smart Working (siamo sostanzialmente in questa modalità, in tutti gli uffici, dal 21 febbraio scorso), questo ci ha permesso di portare avanti le progettualità che erano in corso al momento del lockdown con risultati in termini di efficienza ed efficacia che devo dire, sinceramente, mi hanno persino stupito (positivamente, devo dire). In questi ultimi giorni stiamo riuscendo a fare una cosa che non avrei mai pensato possibile: presentare un servizio, definirne le caratteristiche, concordare la progettualità, svolgerla e terminarla completamente in “virtuale”.Devo dire che ha dato una grande mano in questo senso anche un’iniziativa – #fermiamocisenzafermarci – che ho voluto lanciare qualche settimana fa per sensibilizzare i miei clienti ed i miei “contatti” circa l’esigenza di avvertire quel senso di “urgenza” del cambiamento (come sotto riportato) e di non rimandare tutto al “POI”, ma di cercare di sfruttare anche questo periodo sospeso per portarsi avanti con qualcosa di quello che non si ha mai tempo di fare in tempi normali. Quindi sì, abbiamo accusato il colpo, stiamo cercando in tutti i modi di reagire rimanendo vicini ai nostri clienti per garantire la continuità del servizio e per prepararsi in modo serio al dopo (intendendo per dopo tutte le fasi che seguiranno, che ineriranno necessità differenti).

Il modello di “Change Management” proposto da John P. Kotter inizia con una fase chiamata: creare il senso di urgenza del cambiamento. Il lockdown ha spinto inevitabilmente a una nuova percezione sotto due punti di vista: vedere la digitalizzazione non più come un mezzo di competizione, ma come una condizione di sopravvivenza e una predisposizione al rischio e al cambiamento completamente nuova.

When you ain’t got nothing, you got nothing to lose”, lo diceva anche Bob Dylan. 

Si scopre quanto si è forti solo quando essere forti è l’unica strada, secondo te quando torneremo alla nuova normalità i benefici di queste consapevolezze potranno essere la chiave per rialzarsi e per diventare, magari, addirittura più competitivi di come eravamo prima?

Sono convinto che il vero parametro di misurazione del cambiamento sarà il fatto che questa consapevolezza diventi inconsapevole. La digitalizzazione, in questo contesto, deve diventare uno strato trasparente, indispensabile ma quasi consciamente inavvertibile… la digitalizzazione come la nuova elettrificazione, per intendersi.

Social media e “canali digitali” hanno mostrato in questo periodo (anzi, stanno mostrando) al tempo stesso il meglio ed il peggio di quello che possono offrire. Da un lato sono stati un motore di condivisione e di “connessione” che rende impossibile immaginare un periodo di questo tipo senza. Dall’altra, purtroppo, hanno costituito (ops, stanno costituendo) anche un palcoscenico “senza filtri” per le nefandezze comunicative per le quali iniziamo (lentamente) a sviluppare anticorpi. Se devo dire la cosa che mi ha lasciato più perplesso (per ragioni di mia scelta personale) è il rendermi conto che in realtà la parte del leone la fanno ancora i media tradizionali, in particolare la TV generalista. Penso che il ruolo del digitale sarà sempre più nel future a support del fisico, anche nel mondo degli eventi e della comunicazione, e che forse contribuirà (on the long run) al declino dei media più tradizionali.

Home-Working o Smart-Working? Non è la stessa cosa essere obbligati a lavorare da casa oppure studiare nuove metodologie di lavoro per renderlo più “smart”. Spesso in Italia confondiamo lo smart-working con pratiche orientate ad una maggiore flessibilità di orario. Il vero smart-working parte da una leadership moderna, orientate alla fiducia e all’empowerment e a un senso di responsabilità molto
alto nei lavoratori. Un lavoro orientato all’outcome, prima che al “monte ore”. Secondo te andrà in questa direzione il futuro del lavoro? Se sì, come prepararsi?

Si andrà necessariamente in questa direzione, fosse anche solo perché questo periodo ha dimostrato il fatto che è possibile farlo. Sarà più difficile giustificare la necessità di richiedere a qualcuno di fare 300 km in auto per una riunione di mezz’ora dopo che per mesi ci si è comportati sotto la spinta del principio di necessità in un modo completamente diverso. Questa non è però necessariamente una buona notizia per tutti. Innanzitutto perché questo ci porterà ad uno “smart divide” tra quelle tipologie di lavoro che lo permetteranno e quelle no. Inoltre, un mondo di “professionisti sul divano” non è esattamente quello che può sostenere alcune delle nostre filiere più important (ad esempio, il tessile).
Prepararsi allo smart-working non significa adottare una tecnologia di videoconference (anche se questo è un passaggio fondamentale): significa ridisegnare alcuni processi di lavoro in una modalità diversa ed adottare “comportamenti organizzativi” completamente diversi. Un mondo del lavoro ancora a “silos” e che integra le informazioni di ogni vertical solo per tramite di momenti di comunicazione “informali” rende impossibile essere efficienti nel momento in cui devono portare in virtuale le attività e queste dovranno necessariamente essere organizzate per processi. Come prepararsi? Identificare le attività critiche, mapparle secondo formalismi che ne permettano di ridisegnare il flusso in termini di processo, eliminare i punti di snood “informali” ed analogici ed abituarsi a svolgerlo in fisico come in virtuale. In pratica dovremo iniziare a lavorare negli uffici nello stesso modo in cui lavorerem(m)o in smart.

Consigliaci un libro, un podcast e un video per prepararci al meglio alla disruption, al fine di renderla stimolo, consapevolezza e non preoccupazione.

Libro: “Pensare l’insosfera. La filosofia come design concettuale” di Luciano Floridi (Cortina, 2020). Perchè la capacità di fare e farsi le domande giuste diventa fondamentale per affrontare il futuro.
Podcast: “Sei Gradi – RAI3”: per abituarsi all’agilità necessaria per passare da un concetto all’altro e per scoprire mondi (in questo caso musicali) nuovi.
Video: “The danger of a Single Story – TED” di Chimamanda Ngozi Adichie, perché raccontare storie è importante e lo è ancora di più in questo momento. E farlo consapevolmente è una necessità pressante.